COME SI COLTIVAVA IL NOSTRANO DEL BRENTA

(I termini dialettali sono espressi nella parlata della vallata del Brenta)

La lavorazione del tabacco nella nostra valle - frutto dell’esperienza di generazioni - iniziava con il risveglio della bella stagione, per terminare nelle stalle sul tardo autunno. 
Lasciati alle spalle i rigidi mesi invernali, si iniziava con la semina del tabacco nelle “vanède” (aiole), appositamente preparate in luogo riparato dal vento ed esposto al sole. Una spruzzatina di acqua con il “bevaròl” (inaffiatoio), per inumidire il terreno. Quindi, per favorire la nascita e successivamente la crescita delle piante, si riparava il tutto con “e portèe” (uno strato di sottili ramoscelli di carpino tenuti uniti e pressati da bastoni), posate sopra “e forsèe” (forcelle). 
Nel mese di marzo si iniziava la preparazione del terreno. Con un accurato lavoro di zappa­ compito riservato, normalmente, alle donne-si procedeva all’asportazione della “rega”, raccogliendola in allineate fasce. Quindi, sparso il “leamo” (lettame), trasportato con la “siliera” (tavole di abete fissate a due bastoni) o nei “bugaroi” (grossi fazzolettoni di ruvida tela), venivano tracciati” i rodai”, sempre e solo con il “baie”, la vanga. Quindi, sempre con la vanga­ (era sconosciuto nella nostra valle l’aratro) il terreno, reso più malleabile dalla lavorazione “a rodai”, veniva vangato. 
Nei primi giorni di giugno si iniziava il trapianto A”piantar tabaco”, lavoro divenuto quasi rito, partecipava la famiglia al completo, ognuno con un suo specifico compito. 
I! capo famiglia, preso in spalle “il cristo o misura” (attrezzo di legno a forma di T, quasi una croce, da cui il nome, con spuntoni sul braccio più corto distanziati 55-60cm), tracciava linee ortogonali tra loro. Sugli incroci, “i posti”, le donne, armate di “caecia” ( cavicchio), riponevano con cura” i piantini”, le piante, che venivano immediatamente abbeverate con una spruzzatina d’acqua, trasportata sul posto con il “bigòl”, arconcello (attrezzo di legno leggermente ricurvo con alle estremità degli uncini cui venivano appesi i recipienti). Infme si completava il lavoro dividendo il terreno in “vanède” (aiole). Non si doveva dimenticare poi di contrassegnare ogni appezzamento con la cosiddetta “bifa”, una targhetta di legno o “bandone”, con segnato il numero della licenza e dell’appezzamento. 
Non appena le erbe infestanti cominciavano a crescere, le donne, “sapa” in mano, procedevano alla zappatura. 
Nel contempo si controllava la coltivazione, alla caccia dei “vermi” che rodevano il colletto delle piante, e delle “sucaroe” (grillotalpe), che intaccavano invece l’apparato radicale facendo morire le giovani piante. Queste venivano prontamente sostituite con altre, le “rimesse”, (poste a dimora in più, al momento del trapianto, ma che dovevano essere tassativamente sradicate in caso di mancata utilizzazione). 
A questo punto il capo zona della Regia, con uno o due funzionari, si presentava per la “conta” delle piante. Nel caso ce ne fossero in più del numero consentito dovevano essere prontamente sradicate e distrutte. Raggiunto un adeguato sviluppo si doveva “dar tera”: le piante venivano cioè rincalzate sui quattro lati con un duro lavoro di zappa creando delle buche, che servivano anche per trattenere l’acqua, soprattutto nei campi in pendenza. 
Quando la pianta aveva raggiunto il giusto sviluppo veniva cimata, recidendone la parte alta. Ben presto essa reagiva con l’emissione dei “rabuti” (germogli), che dovevano essere prontamente asportati. Il “rabutàr”, lavoro piuttosto faticoso, era il compito delle donne, ma anche dei bambini. 
Altro lavoro, prima della seconda verifica da parte degli addetti della Regia, era il “repuimento”, cioè l’asportazione delle foglie basali che venivano eliminate perché di scarso valore (un tempo questo lavoro era eseguito sotto la vigile cura degli addetti della finanza per evitare che venissero utilizzate per il contrabbando). 
Ormai era tutto pronto per la seconda verifica, cioè per la “conta” delle foglie (la consegna al magazzino era “per foglia”, si doveva cioè consegnare il numero esatto di foglie stimato nell’operazione di conteggio). 
L’operazione avveniva contando le foglie di ogni singola pianta di un numero di file prese a campione (sette,nove,sette,otto,otto ... ripeteva un addetto, mentre un altro segnava). Veniva quindi fatta una media, in base alla quale veniva fissato il numero delle foglie che dovevano essere consegnate al magazzino. La mancata consegna doveva essere ovviamente risarcita. Una volta che il tabacco era giunto a maturazione si procedeva a “tor su tabaco”. Si iniziava dal basso, in quanto erano le foglie della corona più bassa quelle che giungevano prima a maturazione. Successivamente era la volta del “fior” o “prima”, cioè le foglie più alte, più grandi e più pregiate. Quindi si passava alla “seconda”. Sul campo poteva rimanere qualche pianta non ancora giunta a maturazione, i “gambarèi”. 
Il tabacco premurosamente raccolto veniva predisposto ai bordi del campo in “carghe” (cariche) con i “bugaroi”, pronte per essere portate a casa, per lo più a spalle. Il tabacco veniva messo immediatamente in “masara” (macera), per essere portato ad ingiallimento mediante fermentazione. Le foglie venivano cioè accatastate ad un muro, in soffitta o nelle stalle, con la punta in alto e la costa verso l’esterno. 
Nell’arco di qualche giorno, constatato il giusto ingiallimento raggiunto, si procedeva a “sernir”. Si passavano le foglie una per una, mettendo da parte quelle non ancora pronte e distinguendo le altre a seconda della grandezza. 
Disteso quindi uno “smusso” per terra ( (listello di abete largo 8-10 centimetri e lungo 2-3 metri) si passava a “picàr”, posando 2 o 3 foglie per volta sul Iistello sovrapponendone gradualmente le punte, senza dimenticare di fissare con lo “speo” (un bastoncino appuntito), gli ultimi due gruppi di foglie. 
Lo “smusso” così pronto, veniva collocato sui “teari”, telai per l’essiccazione, nelle soffitte o nelle stanze alte dell’abitazione. 
Il tabacco rimaneva qui, a seconda dell’andamento della stagione, un mese circa. Periodici controlli erano necessari per verificare l’andamento dell’essiccazione. In caso di inizio di ammuffimento, si interveniva dando aria. Ad essiccazione quasi avvenuta - la costa centrale doveva essere ancora un po’ morbida - si prendeva per mano smusso per smusso, rovesciando il tabacco in catasta, “in banca”, per il raggiungimento del giusto grado di umidità e per poterlo lavorare senza romperlo. 
Nella tarda stagione, magari al tepore della stalla per chi poteva, si procedeva all’ultima cernita, fatta in base alla grandezza, all’integrità e alla qualità della foglia (tessuto, colore ... ). lnfine le foglie, distese con cura, quasi stirate, erano pronte per la formazione dei “massi”, i mazzi (50 foglie), legati con spago, rafia e, un tempo, anche con le scorze - il libro - del tiglio. 
Il tabacco, così lavorato, veniva messo “in banca”, cioè in catasta, pronto per essere messo in “carghe”, per consegnarlo, finalmente, al magazzino. 
Un anno di lavoro, quasi un‘arte, frutto di esperienze di generazioni .... , ormai affidato alla storia. 

 

IL CONTRABBANDO DEL TABACCO IN VALBRENTA

La coltivazione e la vendita del tabacco erano severamente controllate dallo stato che, per legge, se ne era riservato il monopolio.
Per arrotondare i magri guadagni, si ricorreva allora al contrabbando. Era questa un’attività da tutti considerata lecita. Le limitazioni imposte dal monopolio erano infatti avvertite come una rapina, per cui riuscire a violare la legge e frodare lo Stato era quasi un vanto.
Il lavoro del  “contrabandiero”  non era un mestiere per diventare ricchi, ma per vivere meno poveramente.
Per molti braccianti non c’era altra scelta per sfamare i figli che il contrabbando. Gli uomini in attesa di un lavoro stagionale all’estero, per lo più negli stati dell’Impero austro-ungarico, in lavori ferroviari, oppure come boscaioli, carbonai, tagliapietra, si davano al contrabbando Attraverso sentieri e passaggi talora impraticabili, noti solo a loro, sfidando la stretta sorveglianza dei finanzieri, i contrabbandieri trasportavano merci varie, ma soprattutto tabacco. A volte perdevano il carico: dovevano abbandonarlo per riuscire a scappare evitando di essere colpiti o portati in prigione e condannati a pesantissime multe. A volte nella fuga, attraverso passi pericolosi, i nostri contrabbandieri ci lasciavano la vita.
Il tempo più propizio al contrabbando era l’inverno, quando la gente era per lo più disoccupata. Un trasporto a spalla (“nolo’) di circa venti chili di tabacco valeva più di due giornate di lavoro. E, di questi noli, qualcuno riusciva a farne anche tre alla settimana.
Spesso anche le donne trasportavano tabacco nascosto nei lunghi vestiti, fingendo uno stato di gravidanza o una grassezza particolare. Spesso rimaste sole ad allevare una prole numerosa, perché i mariti in terra straniera lavoravano o cercavano fortuna, con una malandata bicicletta o anche a piedi scendevano nel pedemonte o in pianura contrabbandando il tabacco; ne risalivano con un sacco di farina o altri generi alimentari di prima necessità.

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