CONTRA' COLLE BASSO ANNI '50

 

La polverosa strada sterrata che saliva verso Colle Basso si divideva davanti due grandi salgari.

Una parte passava tra le case in una strettoia e continuava per Rovole. L'altra passava di sotto verso Campien, Fagarè, fino alla Baracca. L'ingresso della contrà, tra i due grandi salgari, la strettoia e la stalletta dei “Giachee”, dall'altra parte della strada per Campien, per noi di Collbasso (contrazione di Colle Basso) era la “Corte”, il cuore pulsante della contrada, e qui si facevano tante cose.

A quel tempo non c'erano auto e tutti camminavano e quelli delle altre contrade vi passavano e si fermavano all'ombra dei salgari per una breve pausa o per una chiacchierata. Davanti al primo salgaro c'era un enorme sasso di granito grigio arrotondato e ci si sedeva lì. Non so chi abbia portato quel sasso lì e da dove, sembrava un sasso del Brenta. Ma si stava comodi seduti.

La corte, oltre agli incontri e altre cose, era il campo di giochi (ma non l'unico) della banda di Collbasso: ragazzi e ragazze, grandi e piccoli. Ed era numerosa. Si giocava di tutto: bince, baìn, baineto, sboci, saltamusseta, campanòn, corda e pure a calcio. La porta era la parete della casa dei “Matioi” tra le due strade e sulla parete c'era scritto: GHEZZI. Ma prima di Ghezzi c'era un altro nome cancellato con la calce che non mi ricordo perché ancora non sapevo leggere. Di sera si giocava a scondaroa o guerra-pum finché diventava scuro che non si vedeva e si andava ognuno a casa sua. Non c'erano luci stradali e anche nelle case la lampadina era fioca. Non c'erano radio e non si sapeva cos'era la televisione. Però, come si vedeva bene il cielo stellato e le lucciole che danzavano tutte insieme e riempivano i prati. Chi camminava di notte usava il canfìn...

Durante le estati le donne si raggruppavano nei pomeriggi all'ombra dei salgari, della pergola davanti i “Semola” o davanti alla porta di Ghezzi. Facevano corone con pinzetta, filo, catenine e perle. Che poi si portavano nella fabbrica di corone a Bassano. Lavoravano svelte con le mani e intanto se la contavano. In contrada quasi tutte le donne erano coronare. Di sera, quando potevano, quando erano libere dai lavori domestici, si incontravano di nuovo davanti alla stalletta dei Giachee a dire il rosario sotto a un quadro di San Rocco appeso al muro.

(Ogni famiglia aveva un sopranome o menda: TOGNI, SEPA, CUSURI, MATIOI, GIACHEE, SEMOA, POPA, PERE ecc..)

C'erano tanti nonni e nonne e tutti facevano qualcosa. E tante piccole stalle. Nonno Chincari Giachee sempre avanti e indietro tra la sua stalletta e la casa con qualcosa in mano. I Semoa avevano le caprette, una o due. Anche i Togni e i Matioi avevano le loro stalle con 2 o 3 vacche. Anche mio nonno Toni Sepa aveva due vacche e si chiamavano Regina Elena e Regina Margherita, in onore alle regine d'Italia. Se ne andò poco prima che arrivassi io in contrada.

Le nonne parlavano poco ed erano sempre vestite di nero con gonne ai piedi. Mio nonno Checo Cusuri mi portava dove teneva conigli e galline emeli faceva toccare perché mi abituassi. Mi insegnava tante cose dei campi e camminando mi portava fino al Roccolo di Spiròn o in Valle a tabacco, o al mulino di San Michele.

Oltre alle stalle e ai nonni c'era Lorenzin Scarparo nella casa in mezzo alle due strade e le zie Ernesta e Bortoa, sorelle di una delle mie nonne. Infine, andando più avanti, delle due sorelle , restò Ernesta. Zia Ernesta era piccola di statura ma avendo visto il Re passare da Collbasso verso Rovole durante la Grande Guerra diceva spesso: il Re è grande come me!

Infatti queste strade sono state fatte dai soldati in quel periodo. Alcuni paracarri in pietra resistono ancora in piedi all'incuria degli uomini e del tempo. Insomma la corte di Collbasso era un vero e proprio porto di arrivo e partenze. Vicino ai due salgari si fermava il camioncino color terra di Giovanin dea Nea, l'unico in paese, e scaricava di tutto. Sacchi di sale (concime), patate da semina, cose pesanti per tutti della contrà, e Colle Alto, che non aveva una strada, solo un sentiero e il punto più vicino era Collbasso. Pure i razzi da sparare contro la tempesta, che danneggiava i raccolti.

Da Colle Alto scendevano Giovanni Schirato col Toni, si caricavano i razzi in spalla e su di nuovo per le “Giare” fino Colle Alto. Quando sparavano, noi della banda, tutti fuori sotto il temporale a vedere le scie di partenza e lo scoppio in cielo. La sequenza di tiro era: Costante Mosca da Fagaré Alto (tanto Alto...), Giovanni Schirato da Colle Alto, terminava Toni Basisca da Caluga. Con tempesta o senza tempesta, era una festa.

Saltuariamente passava e si fermava per vendere Marcello da Campese:apriva un lato del suo camioncino e faceva vedere la sua mercanzia, tutto per sartoria, stoffe, tele, fili, lana, spagnolette, aghi, tutto per “cusere”. Le donne accorrevano tutte per vedere, confrontare prezzi, festose e allegre parlavano con Marcello.

Pure uno “strassaro” si fermava. Per muoversi aveva un 3RO, una grossa motocicletta con larghi manubri e un cassone dietro sopra le due ruote. Aveva degli occhiali da vista tenuti su da uno spago dietro le orecchie e con una sola lente. Comprava di tutto: lumache a secchi, pezzi di ferro, filo spinato della guerra, pallottole che si trovavano lavorando la terra, schegge, pelli di coniglio con dentro fieno o scartossi, robe vecchie. “Strasse, ossi, ferovecio”, gridava. Per noi ragazzi era una festa e si poteva guadagnare qualcosa con quello che si trovava nei nostri giri in Giròn.

Passavano pure: el maseneta, uno in bicicletta con delle casse dietro e davanti piene di masenete e sardee.E gridava in mezzo alla corte: “maseneteee, sardeee...” Passavano pure a piedi con gli utensili per lavorare diversi artigiani:el ombrearo, riparava ombrelle; el caregaro, riparava careghe cioè sedie impagliate. Venivano dal Feltrino, facevano un giro giù per la pianura e ritornavano passando ogni paese. Passava anche el Cocio, col sacco di saldame che vendeva. Il saldame è una sabbietta fine e serviva a lucidare gli oggetti in rame, , secchi, pentole, candelabri...El Cocio era di Valrovina, contrà Riva e solo lui conosceva i posti dove scavare saldame.

Il dottore e il verterinario per gli animali venivano se avvisati. Allora si metteva uno straccio colorato nel filo steso tra i due salgari.

Dalla corte di Collbasso c'erano anche delle partenze. Ed erano partenze tristi. Una volta all'anno arrivava una piccola corriera e si portava via tanti uomini. Sopra il tetto aveva una grande bagagliera e si riempiva di valigie di cartone legate intorno con uno spago. Andavano a lavorare nelle miniere di carbone in Belgio, nelle gallerie in Svizzera, in Francia.. La partenza era molto composta, poche parole, niente pianti. Quando la corriera era strapiena partiva. Si rivedevano dopo un anno. Per Natale o Pasqua. Ma per poco, due, tre settimane e ripartivano. La stessa scena di nuovo. Nella contrà restavano i nonni, le donne, i bambini e i ragazzi. Bambini sì, che però avrebbero preso il posto degli uomini nel lavoro della terra. Aiutavano i nonni, eseguivano le corvé di casa: andare per acqua in Campien, far legna, dare il sale (concime) alle patate, al mais o sorgo, alle viti. Aiutavano nelle stalle dove c'era bisogno.

A giugno arrivava la trebbiatrice in mezzo alla corte, un'altra ragione di grande festa per noi ragazzi. Da tante parti portavano i covoni con carrioloni di legno o in spalla. Il frumento era tagliato con la falce come col fieno. La trebbiatrice allora non imballava la paglia ma la sputava fuori da una bocca dietro. Insieme a nuvole di polvere. Il frumento usciva lateralmente e si prendeva in un sacco. Intanto la paglia si ammucchiava sempre più e noi ragazzi si saltava sopra e sotto e dentro urlando. Era una grande festa. E si restava ammirati e ammutoliti a guardare questa macchina piena di cinghie di corame in movimento che giravano giravano giravano...

 

Marcolin Antonio