Il ricordo di Brentari.

Un’epidemia di colera colpì Valrovina nel 1886.

Ottone Brentari, oltre ad essere stato l’ottimo storico che tutti sappiamo (il suo capolavoro rimane la Storia di Bassano del 1884), fu anche un brillante giornalista. Collaborò a vari periodici e quotidiani, tra cui il Corriere della sera e La provincia di Vicenza. Per quest’ultimo scrisse nell’estate del 1886 alcune interessanti corrispondenze sull’epidemia di colera allora diffusa in Bassano e nei paesi dei dintorni. Il primo di luglio venne pubblicata quella che lui inviò dopo aver visitato Valrovina. Vi troviamo dapprima un ritratto di <<quell’alpestre paesello dove il colera ha piantato da qualche tempo le sue nere tende>>. Il centro del borgo, cioè la contrada Canove e Chiesa, è formato di forse una dozzina di case, fra cui la casa Tattara, la canonica, un lungo fabbricato (che contiene Municipio, scuole, guardia di finanza), e tre osterie. La Chiesa, con la facciata ancora greggia, fu compiuta nel 1876. Sotto le finestre di casa Tattara e della canonica si estende, o per meglio dire si restringe, il cimitero; e dico si restringe perchè non misura che metri 28 per 17! In vetta al Caluga sta l’anonima contrada; e sparse per la costa sono altre casucce, e le contrade Collo, Rovole, Fagarè. I campicelli non sono arativi ma zappativi. Il principale introito è quello della paglia per fare treccie da cappelli. Questa già industria fiorentissima, è ora in decadenza; che mentre pochi anni addietro essa procurava al paesello una rendita di circa 40.000 lire, ora queste son ridotte a forse 15.000. Importante è la coltivazione del tabacco, buona quella della vite, scarsa invece quella del granturco e del frumento: abbondanti e saporiti i frutti. La popolazione, che contava 1115 abitanti, era composta da una ventina di famiglie benestanti, da pochissimi miserabili e dalla grande maggioranza di piccoli e piccolissimi proprietari di uno, due o tre campicelli. Questi piccoli possidenti sono generalmente più miseri dei non abbienti, perchè quando hanno lavorato i loro latifondi se ne stanno in panciotto, non credendo nella loro alterezza di nidolghi che sia decoro, per gente che ha del suo, il lavoratore per altri.

A Valrovina il colera nel 1836 aveva fatto cinque vittime, tre nel1856. L’epidemia nel 1866 era cominciata il 12 giugno, quando nel centro del paese si era ammalato Giovanni Cortese di anni 49, il quale morì il giorno dopo. Seguirono, sempre nella stessa contrada altri quattro casi. La gente s’allarmò, si impaurì. Com’era arrivato fin lassù il colera? Da parecchio tempo il Cortese non si muoveva di casa. L’acqua usata dalla contrada sgorgava purissima dal monte. Si trovò che le abitazioni dei colerosi erano prive di latrine; tutti si accomodavano su un fossetto dietro le case; quella poteva essere la causa, si decise perciò di costruire in fretta una latrina, si ipotizzò pure che il colera fosse provocato dal cimitero che stava vicinissimo alle case. Allora si seppellirono i nuovi morti lontano e si cominciò a progettare un altro cimitero a 200 metri dall’abitato, come imponeva la legge. Poi il morbo era finito al centro del paese ma un caso qua, uno là, senza nesso tra di loro, si sparse per Caluga, Colle, Rovole e Fagarè, contrade distanti dal cimitero. Tutte le ipotesi furono sconvolte e i medici non sapevano che dire. Fino ad allora si erano avuti ventun casi, di cui dieci mortali. Durante l’epidemia erano accaduti episodi grotteschi, comici o pietosi, come il seguente: nella frazione di Fagarè venne colpito certo Luigi Lunardon detto Maragno. Era povero, pellegroso, faceva (ora che è morto si può dirlo) un pochino anche il contrabbandiere, e aveva 11 figli, dai tre mesi ai 18 anni. Vistosi aggravato e comprendendo che per lui non c’era più salvezza, volle essere tolto e messo a morire sulla paglia, pensando che così il letto non sarebbe stato bruciato, e che avrebbe lasciato almeno questo ai suoi poveri figli. Poche ore dopo morì

 

G.B. Vinco da Sesso